La scrittrice Patrizia Tasselli ha vinto, col romanzo “L’errore degli dei”, il Premio Speciale Targa “Il Molinello” per la narrativa edita.

     La cerimonia di premiazione avverrà il 26 marzo 2011, alle ore 17, presso il Teatro del Popolo di Rapolano Terme (Siena).

 
   
   

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

Sabato 10 Maggio 2007

Giuseppe Laterza ha presentato ieri la prima edizione italiana dei disegni dell'autore  del "Profeta"
Gli acquerelli di Kahlil Gibran "riscoperti" a Bari

BARI — Una novità editoriale assoluta per l'Italia, firmata Giuseppe Laterza. E' stato presentato ieri a Bari il libro Venti disegni di Kahlil Gibran, una raccolta di acquerelli del grande artista visionario libanese curata dal barese Francesco Medici. Ospite del sindaco Michele Emiliano e simbolicamente di tutta la città, è stato Amedeo Salem, responsabile delle attività culturali dell'ambasciata libanese a Roma. Un'occasione per rilanciare l'opera del mistico Gibran e la sua idea della ricerca del sacro. In linea con le esigenze attuali di dialogo e di interculturalità.

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La Repubblica - BARI

Domenica 3 Novembre 2002

Io, Scomodo poeta dell’editoria
Giuseppe Laterza: la mia vita tra Croce e i veleni baresi

   L’EDITORE-poeta non è soltanto quello che compone poesie. È un ladro di fuoco: il fuoco della creazione. Sogna di costruire un museo della stampa, non manda mai al macero i libri — al massimo li regala — e fa il proprio lavoro. Ispirato dall'entusiasmo, più che dal calcolo economico. Vuole un'associazione di piccoli editori con iniziative comuni e un catalogo unificato. «Perché ci sono monaci stampatori che fanno libri bellissimi e non li conosce nessuno». Scrive anche poesie — adora Prevert, Garcia Lorca e Leopardi — ma non le pubblica. «Una giornalista mi chiamò l'editore-poeta: è la definizione che preferisco». Giuseppe Laterza è il nipote di Pasquale, uno dei cinque fratelli fondatori di Casa Laterza, figlio di Nicola (direttore della tipografia fino al 1984), e da tempo ha avviato un'attività autonoma con le edizioni che portano il suo nome.
    Direttore editoriale è dal 1985 la moglie Renata. I fondatori della Laterza sono tutti raffigurati in una serie di quadretti alle spalle della scrivania nel suo ufficio in via Suppa: Francesco, Giovanni, Luigi, Pasquale e Vito. Dal più giovane, nato nel 1879, al primo, classe 1867. Li elenca partendo dal più anziano. Ma allora è vero che lei è di destra?, insinuiamo. Sorride: «Sono un editore liberale. Che crede all'equazione Laterza-Benedetto Croce. Quando avevo ancora azioni nell'azienda di famiglia (ne è uscito nell'89) ero tra quelli che aveva paura di scimmiottare Feltrinelli».

Tra i suoi gioielli spiccano la collana "5 anni a Parigi" (in copertina i quadri di Onofno Martinelli), la Biblioteca europea (la novità è Il dialogo comunicante, un volume di Ettore Catalano sull'opera di Raffaele Nigro), i li bri di Aldo Tavolaro (archeoastronomo noto in tutto il mondo per i suoi studi su Castel del Monte). «L'incontro con Alfredo Giovine è stato fondamentale. Mi fece notare che gli editori locali non erano così sensibili alle tradizioni. Nacque Bari d'altri tempi, con vendita su prenotazione e diritto a entrare nell'Elenco prenotatori, con il nome in appendice: acquistavano un libro che non esisteva ancora.
   La Laterza, inoltre, spostandosi a Roma lasciava spazi per altri: nella produzione di testi universitari, poesia e narrativa». Si iniziò cosi il sodalizio con Anna Santoliquido, in seguito fondatrice del movimento "Donne e poesia". « Pubblicammo il suo primo libro, Figli della terra, 1500 copie senza nessun contributo». E poi il legame con Franco Sorrentino. «Un atto di coraggio. Portava avanti una battaglia contro alcuni personaggi dell'establishment barese. Per quello mi guadagnai un diploma di "editore scomodo».

Giuseppe Laterza divenne in seguito l'editore di Jean Josipovici. «È lui che ha scritto: "L'inattuale è il mio obiettivo e la mia ambizione: lasciare quel poco di verità che non muore". Un aforisma che conservo bene in mente. L'incontro è stato un'illuminazione: talora una luce improvvisa vi sorprende, scrive Josipovici nel suo libro L'Alta Messe. E’ stata la consacrazione di editore libero da condizionamenti e pregiudizi». E infatti ha pubblicato anche Licio Gelli. «È normale che una casa editrice sia interessata alla sua biografia. Alcuni giorni fa sono andato a trovarlo e ho portato con me un nuovo dattiloscritto di poesie. Per il memoriale dovrò aspettare ancora». E il rapporto tra Bari e la cultura? «La Fiera del libro di Torino offre ai cittadini un passatempo culturale. Expolibro è nato come fenomeno spontaneo, senza un'idea imprenditoriale alla base. Ricordo la prima edizione: lo stand della Laterza vuoto, poi tutte le altre senza la più grande casa editrice barese.
   Chi è in grado qui di penare autori come Dahrendorf?». E i "Dialoghi di Trani"? «Troppo elitari. I Presìdi in generale sono un esempio di cultura pilotata. A proposito: mi auguro che il mio omonimo Pepe Laterza si ricordi di un invito che mi ha fatto per un caffè. Ho alcune idee per ampliare il progetto».

Ignazio Minerva


LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

Sabato 18 Gennaio 2000

In viaggio nel Sud di Nigro

Uno studio di Ettore Catalano. Sull'opera dello scrittore lucano-barese
Ne "Il dialogo comunicante" in luce la pluralità di percorsi per voce all'identità mutante meridionale da opporre alla cultura decadente del '900 europeo

    Ogni terra ha un genius loci. Spesso questi è un semplice (e nostalgico) custode del passato: un erudito, un accademico che (consapevolmente o meno) trasmette la falsa idea di un tempo immobile, contrappone un'epoca all'altra, restringe l'orizzonte per dare certezza alle proprie (roboanti) verità. Una comunità che si riconosce nella sua opera impigrisce nel provincialismo. L'intellettuale militante, invece, piega ogni strumento alla comprensione del presente, interpreta e racconta il cambiamento e nel particolare cerca l'universale. Mette in relazione mondi lontani. Incita ad affrontare la complessità.

    Il dialogo comunicante (Giuseppe Laterza ed., pagg. 249, euro 25,82) è un titolo esatto per definire l'opera di Raffaele Nigro (nella foto a destra) perché in essa da sempre una pluralità di percorsi e strumenti (in mutuo soccorso tra loro) convergono nell'obiettivo di dare voce all'identità mutante del sud (Puglia e Basilicata, con la loro centralità, sono solo un moto da luogo di un discorso molto più ampio). Nel proprio saggio sul cinquantottenne scrittore di Melfì (barese d'adozione), Ettore Catalano ha minuziosamente documentato e ordinato la quantità (per certi aspetti prodigiosa) del lavoro di Nigro rintracciando e valorizzando nella sua varietà il filo conduttore di un'inesausta voglia di confronto con il nuovo.

    In cinque capitoli, quindi, altrettante facce di un lavoro corale a tutto campo. Il primo è dedicato alla formazione intellettuale di Nigro nelle sue prove saggistiche su cultura letteraria lucana, oralità e tradizioni popolari. Diciamolo chiaro: questo tipo di interessi all'esordio di un'attività di scrittura è spesso l'infida palude che risucchia le migliori intelligenze in uno stantio lavoro di oleografìa locale. Sottolinea, invece, Catalano che in quei primi lavori di Nigro «le periferie culturali riacquistano una loro solida e concreta fisionomia, istituendo una feconda dialettica con i centri più importanti e noti, dentro un'idea più articolata e complessa della storia».

    La civiltà contadina - sostiene Catalano - non è per Nigro una sacca di resistenza ideologica ma un parametro con il quale misurare, esplorare e racconta­re il passaggio epocale al dominio industriale e terziario con l'affermazione collaterale dell'immagine sulla parola. La scrittura drammaturgica con i suoi «risarcimenti mitici e cimiteri urbani» (cap. secondo) e, quindi, a seguire, le alchimie poetiche (dallo sperimentalismo alla multimedialità), gli zibaldoni mediterranei dei viaggi e degli incontri, la produzione narrativa (da I fuochi del Basento a Viaggio a Salamanca) sono, dunque, altrettanti modi per affermare da parte di Nigro la ricchezza vitale del sud come risorsa comune da opporre a certa funeraria cultura decadente del novecento europeo.

    Nell'intervista che conclude il libro, Nigro dichiara a Catalano: «II guaio degli anni '70 e '80 è che a Bari c'era una grande accademia con un maestro come Sansone ma questi - oltre a insegnare la storia della letteratura - scriveva sui giornali, faceva parte di giurie letterarie, faceva il consigliere comu­nale, faceva tutto. Gli altri, invece, restavano eruditi e tutti quanti di fronte alla cultura militante alzavano le braccia, paravano le mani, perché ci si può interessare solo delle biografìe chiuse. Dei morti. E questo è stato uno degli handicap per la nascita di una tradizione creativa a Bari».

    Il dialogo comunicante di Ettore Catalano è un punto fermo ineludibile per la comprensione dell'opera letteraria e della figura intellettuale di Raffaele Nigro.

MicheleTrecca


Giornale di Lecco

Lunedì 10 Giugno 2002

E’ uscita l’ultima raccolta del poeta lecchese

Sulla Pista del giorno di Zaniboni

 

   LECCO • Un uomo che conosce bene il gioco della vita perché lo indaga dagli anni '50 e finché le forze glielo consentiranno continuerà in questa ricerca. Intanto ha tracciato una pista che porta alla scoperta di Dio.

   L'ultima fatica di Lucio Zaniboni, decano dei poeti italiani, ha preso forma. Già la copertina interamente di color blu e recante il «Paysage du midi» di Onofrio Martinelli, lascia intuire il messaggio di speranza velato? dalla musicale coreografìa di parole che guidano il lettore tra gli sfoghi confessionali dell'uomo di fronte alla lacerante realtà fino alla consolante      religiosità dell'ultimo frammento. «Sulla pista del giorno» è in libreria dallo scorso maggio.

   Questa nuova raccolta che arriva dopo il successo di «Parabola Blu» è pregna di suggestioni immaginifìche e contemporanea­mente vive di realismo. Qual è il messaggio per il lettore?

   «La pista del giorno è il nostro quotidiano, paragonabile alla pista del deserto. Abbiamo tanta gente accanto, ma ognuno nella sua solitudine, assorto nel lavoro, nei problemi personali, dimentico degli altri. Anche la comunicazione è vuota, fredda, affidata per lo più al messaggino sul cellulare. Il percorso tracciato nella sabbia del deserto viene confuso dal vento che è la fretta, la consuetudine e la noncuranza, i mali dei nostri giorni. Ma il riscatto è possibile, n riscatto è nell'amore inteso nel senso più ampio, amore ver­so l'altro e verso Dio».

   Allora il segreto è la fede...

   «Il valore della fede da un senso a questo nostro procedere sulla pista del giorno nell'attesa di arrivare all'oasi in cui la nostra carovana dimenticherà le traversie del viaggio e incontrerà la gioia di una nuova vita. Il libro si chiude con il pensiero a Dio: «...ho fede che tutto muti/ per divenire migliore./ Vivo e vinco la pena/ che talora mi strugge/ lasciandomi cullare dal mare/ dei ricordi senza ripiegamenti... perché la vita è il sole».
    Ognuno di noi è un punto sulla retta di Dio, una retta che non ha fine ne principio».

   Una poesia, «Le rose», parla di suo padre.

   «Vedendo un padre afghano guidare per mano il figlio nel sentiero fra le mine ho ripensato ai giorni che precedettero la sua morte, a quel dicembre nel giardino con le ultime rose e spine».

Tiziana Passerotto


  IL GIORNALE DI CASERTA

CULTURA

VENERDI' 24 GENNAIO 2003

 

STORIA DELL'ANTIMASSONERIA
1725 - 2002

 

La libertà di opinione tradotta in colpa contro lo Stato e la morale è denominatore comune

La Sinagoga di Satana - ... la celebre Bolla di Scomunica di Clemente XII fu la dichiarazione di guerra della Chiesa ...
 

   Luigi Pruneti, La Sinagoga di Satana Storia dell'antimassoneria 1725-2002, Edizioni Giuseppe Laterza di Giuseppe Laterza, Bari 2002.

   Nel fertile humus del sospetto, attraverso i secoli attecchirono e radicarono gli esegeti dell'antimassoneria con una varia produzione di scritti, con vere e proprie persecuzioni, con movimenti di pensiero destinati a non risparmiare alcuna risorsa per affrontare e combattere la Sinagoga di Satana ossia la società dei Liberi Muratori. Dalle Logge vedevano esalare sulfurei vapori attraverso i quali prendeva forma l'ombra inquietante del complotto sovranazionale e delle trame demoniache destinate ad abbattere la fede cattolica per instaurare un potere tanto occulto quanto pernicioso.
   L'espressione Sinagoga di Satana evinta dall'Apocalisse ed in origine nata per definire "coloro che dicono di essere giudei e non lo sono, essendo della comunità di Satana" non poteva essere titolo più felice per sintetizzare il vituperio morale in cui era opportuno ricacciare una istituzione che propagandava niente meno che il libero pensiero.
   Mancava tra le varie storie della Libera Muratoria un saggio monografico su questo argomento parallelo, che accompagnò dai primi anni del settecento all'età attuale ogni momento della sua vita, sia pure con varia fortuna. Saturando questa carenza, Luigi Pruneti nella sua Sinagoga di Satana con limpida analisi offre un quadro assai ben pennellato di tutta la ridda di popolaresche calunnie, di deliri al nero e di complessi disegni nati intorno alla Massoneria nel corso dei secoli. Se ne evince sorprendentemente che i temi toccati, mutatis mutandis si riproposero costanti negli anni, se pur variamente ritoccati e diversamente strumentalizzati dai gruppi che fecero guerra all'istituzione.
   Così partendo dai primi sospetti di eresia, germogliati all'indomani della sua nascita e che misero subito sull'attenti il Vaticano, iniziarono le dicerie di crapule, ateismo e naturalmente omosessualità, come si conveniva che dovesse essere (la storia dell'ordine templare insegna) per i casi di incertezza dottrinaria dovuta a non conoscenza dei fatti. Iniziarono nel 1735 in Olanda le prime restrizioni, seguite ben presto da simili provvedimenti presi in altri stati d'Europa.
   La celebre Bolla di Scomunica In Eminenti Apostolatus Specula, dovuta all'anziano pontefice Clemente XII ispirato dal cardinal-nipote Neri Corsini e dal Segretario di Stato Giuseppe Firrao, dette inizio alla guerra dichiarata dalla chiesa cattolica e cosi si aprirono le storielle mazurche su una musica che era desinata a rimanere monocorde. Da quel momento in poi si rincorsero, si scambiarono le parti.. si appaiarono, in uno scontato pas de deux, a tratti degenerato in una vera e propria danza macabra, i vari temi classici dell'antimassoneria: complotto contro la fede, sedizione, libertinaggio, nefandezze delittuose. Cominciarono anche le carcerazioni, le torture, le condanne a morte. Il reato di opinione mascherato da colpa contro lo stato o contro la morale appare in tondo il denominatore comune in tutte queste vicende. Tutta l'impalcatura di calunnie e di tesi surrettizie era destinata però a notevoli momenti di gloria. Toccò apici filosofici nel pensiero dell'abate Barruel che raccomandava di operare un distinguo tra l'errore e l'errante, questi possibilmente andava redento, vertici grossolani nella prosa dei libellisti, sdegno vibrante nella scoperta di un ipotetico programma politico comunista e socialista elaborato nelle logge.
   Si diffusero i sospetti di sponsali contro natura, consumati con gli aborriti ebrei e sostenuti dal falso storico dei Protocolli dei Savi di Sion, nonché di altre scellerate turpitudini di marca variabile. La danza proseguì senza interruzione per tutto l'ottocento e il novecento, ballata da maschere grottesche che rivelarono puntualmente, al vaglio della storia, la loro pochezza: ora un Leo Taxil momentaneamente asservito alla curia pontificia, quindi i socialisti, poi i fascisti ed i nazisti, i comunisti russi, ma anche i governi democratici del secondo dopoguerra. In tutti l'identico problema: scoprire cosa si nascondesse nei templi, cosa si tramasse nelle logge, cosa volessero ottenere i fratelli trepuntini. In mancanza di certezze si sopperiva con l'imbroglio sanguinoso.
Luigi Pruneti con la sua prosa accattivante ci guida in questo grand guignol dove chi più ne aveva più metteva. Con acume di storico impeccabile lascia che i fatti parlino da soli: persecuzioni, impiccagioni, torture e barbare aggressioni descritte e documentate con estrema precisione fanno sì che l'opera avvinca il lettore fino a raggiungere i fatti noti dell'ultimo decennio. La pubblicazione degli elenchi degli affiliati, operazione commerciale di alto portierato pienamente riuscita, viene giustamente additata come di filiazione antisemita e comunque come una palese violazione del diritto di associazione.
   Una giusta chiarificazione, un riconsegnare fatti e sospetti al loro ambito, l'informare senza reticenza e con il coraggio limpido di chi conosce l'assurdità di tutta l'impalcatura antimassonica, l'evitare giudizi scontati, sono il frutto di una sofisticata tecnica narrativa che fa grande uso delle note. Queste costituiscono il supporto documentario che sorregge tutto il saggio; in esse testimonianze, citazioni, esaustive puntualizzazioni completano il testo, che con tale espediente rimane agile e di piacevolissima lettura.
   Il ricco apparato bibliografico dimostra ulteriormente il grosso lavoro di ricerca alla base dell'opera. Nelle sue pagine la Sinagoga di Satana rappresenta così un prezioso strumento per coloro che dovrebbero finalmente prendere atto che ogni caccia alle streghe nasconde debolezza, paura, ignoranza, fanatismo e superstizione. Pochi passi avanti ha compiuto il libero pensiero da quel lontano 1717.


 
PORTOFRANCO

NOVITA' IN LIBRERIA

Febbraio 2003

 

La vera morte del Minotauro di Lucio C. Giummo

 

   Danilo, gli occhi gonfi di veglia e di emozioni, scrive al piccolo tavolo affacciato su un mondo che lentamente illimpidisce. Ma il suo scrivere è altro, e lo fa direttore di una sterminata orchestra di creature delle quali forse nessun altro nella storia dell'uomo è mai stato così appassionato amante: "...non posso amare più una cosa sola, una sola persona.
   Mi è rimorso indugiare ad un affetto... sono uguali due rondini se non sei rondine: due occhi uguali non esistono; fiori uguali, due petali, due canti uguali, due toni. Due albe uguali non esistono, tramonti uguali, due stelle, ore uguali, attimi...". E sono amori di carne, di piume, di pietra e di luce e d'acqua. cellule vegetali e di pensiero gli strumenti cui scrivendo egli da voce: gli umili spini torti e San Francesco: zù Ambrogio. Budda ed un fanciullo che conosce per nome e ne sa l'anima; J. S. Bach e l'acqua dell'invaso che ha suono di chiarine e riporta la vita nella piana; e gridi controvento d'invisibili allodole e monconi d'acacia... ed i suoni e le voci si combinano in una straordinaria melodia.
   Come la sinfonia suonata da un'orchestra racchiude in sé tempi e ritmi di un'epoca e voce di strumenti che dicono delle sensibilità dell'uomo in ogni età, così in questa sterminata melodia, racchiusa tra le pagine, in parole, si esprime la cultura degli alberi e dei fiori, il misterioso senso delle stelle, della pietra, dell'acqua che in pochi hanno provato a suscitare e la cui vera storia è ancora oggi quasi completamente da scrivere.
   La sala in cui continuamente questo concerto si produce è il grande chiostro del mondo, esso stesso strumento musicale, creatura di creature. "... l'immedesimarsi, il sentire più intenso, il percepire fiumi nelle cose e nelle creature, assimilando le intime correnti... intuire i ritmi e gli intervalli giusti ... l'elaborare comparativo ... il bisogno di esprimersi intero... la fiducia che suscita... senza sostituirsi alla coscienza dell'altro, senza deformare ... offre ad ognuno nelle necessità da risolvere il modo di crescere rinnovandosi: e insieme filtrare il caos attorno ... e in noi ..."
   È sentire profetico quello che consente di cogliere l'urgenza delle cose a corri spendersi; di accostarsi alla propria verità attraverso l'osservazione appassionata degli altri; del loro sogno; resuscitando pure voci inascoltate, disperse, dimenticate o da sempre fraintese. Voci che sento misteriosamente presenti nella sala riunioni del Borgo, intomo al tavolo che la occupa quasi per intero. Riconosco negli occhi degli uomini seduti gli uni di fronte agli altri, la stessa fiamma che mi brucia dentro e che mi dice che "... l'albero della vita rigermoglia, tende a rigermogliare ..."
   Ho ascoltato in silenzio, imparando ad esprimermi, seduto al grande anello di legno levigato nel Centro di Trappeto; ho osservato, ricercando il segreto che forse esiste solo in noi. i semplici volumi, quasi prore insabbiate sul pendìo di Mino, e il Ponte Screpolato cui Danilo ha attribuito la dignità di uno Ziggurat nella religione dell'uomo: oggi è una povera struttura di antichi sassi e i rovi. oggi che l'estate ha allontanato il vociare dei bambini, lo proteggono in un abbraccio verde cupo.
   Molto più in alto, sul crinale ad oriente, si riconosce appena dato che. cavato nel sasso del monte ne conserva il colore, il grande anfiteatro naturale che i mastri tagliapietre hanno scolpito perché la voce e i gesti educassero i figli a un mondo nuovo; e di quassù i fanciulli hanno guardato rinverdire la piana e con essa la vita della gente, il lavoro comune contro la sfiducia; hanno capito come solo tutti insieme si possa trasformare questo mondo.
   È un'isola sognata quella che si allontana e dentro di me ho ancora le melodie di quella straordinaria, sterminata orchestra. Nell'andarmene da luoghi inconsueti, sento che qui si conclude il mio percorso di ricostruzione e chiare mi risuonano le parole di Danilo: "... soltanto concretando nella prova nuove strutture di relazioni. soltanto quando i deboli si esprimono organizzandosi, crescono le energie per cambiare l'attuale 'realtà'.
   Mi chiedo: farò in tempo a vedere smascherata, oltre i veli di lacrime, ipocrisia e sangue, la trasmissione paludata da comunicazione...? Dall'epoca della trasmissione-inoculazione, riusciremo a sbocciare l'epoca del comunicare creativo?"

"Ho visto vergini madri di venti figlioli
 ho visto donne sterili partorire
 non ho visto ne servi ne padroni
 ma fratelli vivi insieme.
 I sassi hanno spremuto olio buono
 le brughiere pietrose, miele e latte;
 fichi dolcissimi sono abbondanti.
 Prima che i miei occhi appassiscano
 ho visto".

 "... perché non sono ancora una voragine?
 perché stento a disciogliermi per sempre?"

 Dura eterna la fama dell'abate ...


AWES News Monitor

R SPE 15/11/200312.09.00

LIBRI: 'ANIME IN PRESTITO', OPERA PRIMA Dl FRANCESCA TUCCI

(ANSA) - BARI, 15 NOV - Si chiama Elena la protagonista di "Anime in prestito", romanzo dell'esordiente Francesca Myriam Tucci, (finite di stampare in questi giorni per i tipi della Edizioni Giuseppe Laterza), barese trapiantata a Milano dove insegna lettere negli istituti superiori.

   La giovane autrice, poco piu' che trentenne - ricorda una nota della casa editrice barese - si accosta alla narrativa con stile spigliato ma con profondita' di intenti e racconta la storia di una donna, appassionata studiosa di archeologia, che si ritrova a fare un bilancio della sua vita: come spesso accade al giorno d'oggi, la camera e' piena di soddisfazioni, di emozionanti viaggi sulle tracce di culture ormai morte ma che possono darci il senso antropologico dell'evolversi dell'umanita' sulla Terra; la vita privata, invece, e' segnata da incontri in cui, sempre, la protagonista "ha preso in prestito" le anime degli uomini che ha amato, vestendosi delle loro vite, per ritrovarsi, poi, quando le storie d'amore finiscono, con un grande vuoto interiore: gli uomini escono dalla sua vita, riprendendosi le loro anime, e proseguendo il loro cammino senza di lei, anima persa in un mondo in cui le donne combattono sempre le stesse battaglie per amore.

   In un affascinante gioco di flash-back, Elena rivive i momenti salienti della sua vita, ripercorre le tante strade che I'hanno condotta, pur senza volerlo, a questo tragico bilancio, affronta il mostro divoratore di anime che vive dentro di lei. II finale sara’ "travolgente" per la protagonista della storia.

   Un particolare: Elena non e’ mai descritta fisicamente, e vive in una citta' che potrebbe essere una qualunque citta' del mondo. Le descrizioni che Francesca Tucci ci offre sono "metafisiche", ma non spaventi la parola: il libro si legge d'un fiato, e nel finale awolge il lettore in un'atmosfera magica e irreale, dalla quale si riesce ad uscire solo dopo aver girato I'ultima pagina.

   Tucci ci offre una lettura avvincente, che coinvolge ed invita alla riflessione: un connubio non facile, ma in questo caso riuscito, con appuntamento al prossimo romanzo al quale sta gia' lavorando. (ANSA).


La Repubblica

Venerdì, 28 Novembre 2003

Esordio narrativo per la scrittrice barese
Le anime in prestito della Tucci

   UNA donna cerca di rimettere ordine nella vita, ricomponendo il passato come frammenti di uno specchio. Per guardare finalmente il proprio volto. Elena e una studiosa di archeologia, esploratrice dell'antico, ma e anche un'archeologa del sentimenti.
   I suoi ricordi sono souvenir di lunghi viaggi. Se li tiene stretti, fedele all'insegnamento del nativi americani: «tutto quello che hai visto ricordalo, perche" quello che dimentichi torna a fluttuare nel vento». Il tema della solitudine, del male di vivere e il nucleo di "Anime in prestito" (edizioni Giuseppe Laterza, pp.154, 15 euro) l'esordio narrative della ventisettenne Francesca Myriam Tucci, che e barese ma vive a Milano,dove insegna Lettere negli istituti superiori.
   Nel libro racconta tutte le sfumature dell'amore con una scrittura densa di lirismo, intervallata da poesie, piccoli lampi generati dal diario di Elena.« «La protagonista -ha detto l'autrice durante la presentazione del romanzo, nella libreria Roma- è
un'anima solitaria, attratta dal lato oscuro della luna, in una città che appare come un puzzle ricurvo». «Studiosa delle origini del1'uomo e delle sue debolezze, contraddizioni e sofferenze - ha sottolineato lo psichiatra Marco Storelli - Elena, dalla carnagione chiara come una perla, e un'amante della perfezione senza limite.
   Prende in prestito le anime degli uomini che ama e viene abbandonata.
   Si rifugia nel calore del ricordi, con un flusso di pensieri pesanti come il piombo». "Anime in prestito" — ha aggiunto Renata Laterza - «e uno sguardo sul mondo: disincantato eppure tenero e sensibile».

(ignazio minerva)